venerdì 24 luglio 2020

Lettera contro l'omotransfobia

A seguito delle affermazioni omofobe espresse tramite social media da un'avvocatessa del territorio mantovano, abbiamo voluto pubblicare una lettera sulla Gazzetta di Mantova, che si può leggere sul quotidiano del 23 luglio, per denunciare l'omotransfobia ancora rampante nella nostra società e per esternare ancora una volta la nostra solidarietà con le vittime di ogni tipo di discriminazione o molestia. 

Questo è il testo della lettera: L'omofobia non esiste più. Gli omosessuali sono ovunque e non danno fastidio a nessuno. Ho tanti amici omosessuali. Non sono contro i gay, ma teniamoli lontani dai bambini, dalle scuole, dalla vita pubblica. Non sono omofob* ma.

Frasi che tutti abbiamo sentito almeno una decina di volte nella nostra vita. Specialmente chi di noi è parte della Comunità LGBTQIA+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersex, Asessuali).
Eppure l'omofobia e la transfobia permeano la nostra società.
Le aggressioni a sfondo omofobo e/o trasfobico avvengono ancora oggi, nel 2020.
Le molestie e le discriminazioni che le persone della Comunità LGBTQIA+ subiscono sono troppo spesso giustificate come atti singoli, con annessa la nozione che “l'omofobia non esiste più.”

L’ultimo caso è quello avvenuto qualche giorno fa, in cui un'avvocatessa di Mantova ha dichiarato, tramite social media e in una chat privata, resa poi pubblica in forma anonima, che, parafrasando, l'omosessualità è un disturbo psichiatrico e che gli omosessuali non devono ricoprire cariche che li portino ad essere a contatto con i giovani.

Questo genere di affermazione non è nuova a coloro che prestano attenzione da anni alle discriminazioni che i membri della Comunità subiscono. O alle stesse vittime di questa mentalità.

Il retaggio culturale che porta le persone omotransfobiche ad associare l’omosessualità alla pedofilia è antico e ancora forte, sebbene sia stato più volte sfatato.
Oggi le parole usate sono diverse, e così anche le accuse mosse alle persone della Comunità, ma il sentimento di fondo rimane: le persone LGBTQIA+ sono “accettabili" solo se si nascondono, se non dichiarano o mostrano pubblicamente la loro identità o il loro orientamento affettivo. E soprattutto, se non lavorano a contatto con i bambini, che corrono il rischio di essere “traviati” e di essere indirizzati verso un'identità diversa da quella cisgender ed eterosessuale.

Sono quasi 25 anni che l'Italia aspetta una legge che protegga le persone della comunità LGBTQIA+ da molestie, aggressioni e discriminazioni in tutti gli ambiti delle loro vite.

Il 27 luglio p.v. si terrà il dibattito alla Camera per discutere gli emendamenti della proposta di legge contro l'omotransfobia, la cosiddetta legge Zan.

Questa proposta di legge ha innescato una reazione abbietta. Certe persone, infatti, ritengono che proteggere le persone della Comunità da atti omo- o transfobici – e tutte le donne, trans- o cisgender dalla misoginia – equivalga a togliere loro delle libertà. Lo possiamo vedere dalle manifestazioni nelle piazze con lo slogan #restiamoliberi. Il timore maggiore, a quanto si evince dalle varie coperture mediatiche della vicenda, è quello dell'istituzione del reato di opinione.

A questo proposito tengo a fare una nota: discriminare o molestare, non volere pari diritti e pari protezione legale per una persona per la sua appartenenza ad un gruppo a rischio non dovrebbe essere considerata un'opinione.

Articolo 3 Osservatorio sulle discriminazioni è e sarà accanto ad ogni vittima di discriminazione omotransfobica o sessista o di qualunque altro genere. Non è chi è vittima che si deve nascondere!

Jin Ferrari

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